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Noi calabresi che… ai “Vattienti” di Verbicaro (CS)

“ Nella notte tra il giovedì ed il venerdì Santo, a Verbicaro (CS), avrà luogo il tradizionale “Rito dei battenti”, celebrazione, che rievoca la Passione di Cristo, rappresentando nella sua figura un modello di sofferenza necessaria e di doloroso riscatto, di colpa, di sacrificio ed espiazione.

Elemento centrale e culminante di questa espressione del cattolicesimo popolare è quello che Lombardo Satriani ha chiamato la “liturgia del sangue”, la quale si esprime tra l’altro nei riti di flagellazione, nei quali alcuni fedeli “i battenti”, uomini del posto, vestiti con pantaloncini corti, maglietta a maniche corte e un fazzoletto rosso in testa, si percuotono , correndo scalzi attraverso il paese, rievocando per penitenza e devozione la Passione sofferta da Gesù.

Rito presente oltre che a Verbicaro anche a Nocera Terinese (CZ) e Guardia Sanframondi, nel beneventano”.

Tutto avrà inizio intorno alla mezzanotte, dove partirà la processione, e si concluderà alle prime luci dell’alba, e durante la quale “i flagellanti”, percorreranno tre volte in silenzio il tragitto della processione”.

Tratto da “Quaresima e settimana Santa a Verbicaro, Nocera Terinese e Guardia Sanframondi” del Dott. Salvatore Baronelli, Sociologo, Antropologo e Dott. In Scienze della comunicazione

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Aiutiamo il piccolo Anthony

Non possiamo rimanere sordi al grido di aiuto del piccolo Anthony, di San Nicola Arcella (CS) che sta soffrendo a causa delle sue malattie: l’ipospadia severa complessa e un rene ectopico, oltre che alla sindrome di Prader Willi (quest’ultima in fase di accertamento).

L’appello è stato lanciato dalla mamma, Francesca Manco, che ha creato una raccolta fondi, online sul sito GoFoundMe.

Noi, come Associazione, abbiamo sposato questa nobile causa, ed andremo a casa del piccolo Anthony, per dare allo stesso, sostegno e conforto.

Chiunque volesse aiutare la famiglia nel necessario tra cure mediche e spese quotidiane per spostarsi nei diversi Nosocomi, potrà farlo attraverso un contributo a piacere, seguendo le indicazioni sottostanti: https://www.gofundme.com/f/aiutare-il-mio-bimbo-malato?utm_campaign=m_pd+share-sheet&utm_medium=social&utm_source=whatsApp
Forza Anthony.

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Rubrica “l’altra Calabria”: Renato e il sogno americano, da Castrolibero a Chicago.

Renato nasce nella piccola frazione Fontanesi di Castrolibero il 2 ottobre del 1942, presto si trasferirà negli USA a Chicago, per coltivare e realizzare il sogno americano. Insieme ai fratelli acquista nel 1962, un piccolo panificio nella zona ovest di Chiacago e intravede la opportunità di costruire una vita migliore per la sua famiglia.

Si concentra cosi sulla produzione dello stesso pane tondo italiano vecchio stile che ha cotto in Italia.

Il prodotto fa una grande impressione nei quartieri circostanti ove fino ad allora era sconosciuto .
Con il tempo quel piccolo panificIo diventa la piu’ grande azienda di produzione di pane artigianale del Nord America.

Eppure il legame con la propria terra e’ indissolubile .

Renato ha operato alla guida dell’Associazione calabresi in America che mantiene saldo il legame e la collaborazione con Istituzioni ed enti del territorio calabrese.
Il tema della cultura d’impresa e’ caro a Renato tant’e’ che grazie ad una collaborazione con l’ausilio di due universita’ l”Unical e quella del Wisconsin, e’ riuscito ad offrire ogni anno ad un certo numero di laureati meritevoli del dipartimento di scienze aziendali e giuridiche dell’Unical, l’opportunita’ di stage in America proprio sul tema della cultura imprenditoriale.
Renato consegue presso l’Universita’ del Wisconsin un dottorato honoris causa in economia e un master in business administrator presso l’Università di Chicago.
Cosi scrive Renato sul periodico La Voce nell’aprile 2006, “ho avuto il grande onore di essere stato eletto dai cittadini italiani del Nord e Centro America come loro rappresentante presso il Senato italiano. Capii l’importanza di tale evento, però, soltanto all’inizio del mio primo giorno di lavoro.

Quando ero giovane, mio padre mi convinse a mantenere i legami con l’Italia, ed in modo particolare con la lingua italiana.

Secondo lui, un giorno sarei potuto tornare in Italia e magari lavorarci.

Passando per i corridoi del Parlamento, con le guardie che mi chiamavano per nome, i miei occhi si sono riempiti di lacrime al pensiero di quanto sarebbe stato orgoglioso mio padre.

Aveva ragione — ero tornato in Italia per lavorare — ma non si sarebbe mai immaginato che potessi tornarci da senatore.
Renato Turano e’ il testimonial nel mondo del Consorzio Jobel di Crotone, nato nel 2006 con l’obiettivo di dare vita, nella città di Crotone, a un nuovo modello di impresa sociale che valorizza le capacità dei singoli individui (anziani, minori, giovani donne, malati psichici, immigrati, ex detenuti, soggetti svantaggiati) rendendoli parte integrante di un’economia sociale fondata sui principi di giustizia sociale, legalità e professionalità.

In uno scenario sociale caratterizzato da precarietà e carenze strutturali, il cammino di cooperazione tra gli operatori del mondo associazionistico ha consentito di valicare il sontuoso muro di avversità.
Renato e’ coorganizzatore del Grande Museo degli Italiani d’America che sta per nascere a Chicago .

L’idea del Museo è infatti nata e cresciuta tra i calabresi che vivono a Chicago, e che da quasi 30 anni organizzano a Asthon Park la Grande Festa di San Francesco di Paola.
La festa di San Francesco di Paola e’ la piu’ sentita tra i calabresi d’America che vivono nell’Illinois, lo e’ da 40 anni, da quanto un altro grande calabrese di cui parleremo Joe Bruno il falegname di Marano Marchesato e un missionario veneto, Padre Roberto Simionato, hanno deciso di portare per la prima volta per le strade di Chicago la gigantografia di San Francesco di Paola.

A cura di Luciano Greco

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Proverbi calabresi: “Si vue crepare ‘u tuo nimicu, illu parra e tu sta citu”.

Letteralmente: se vuoi far crepare il tuo nemico, fallo parlare e tu stai zitto.

Ciò sta a significare che tante volte, quando qualcuno parla male di voi, non dovete mai controbattere alle sue parole, in quanto il miglior disprezzo è la non curanza.

Occorre dunque continuare sempre per la propria strada, portando avanti le proprie idee, incuranti dei giudizi degli altri.

Un po’ come dice la grande poetessa, aforista e scrittrice italiana, Alda Merini in un suo scritto: La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice.”

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L’altra Calabria: La storia di Carlo e gli abiti di Mike Bongiorno

“I genitori lo volevano ragioniere, ma il ragazzo con scuse e stratagemmi, raggiungeva la bottega del taglio e cucito per plasmare con vocazione sacerdotale la materia ”

La storia di Carlo

Il cognome Andreacchio è molto diffuso in Calabria eppure Carlo meglio il Maestro, è uno di quei calabresi poco cercati per raccontarne la storia. Di Carlo ne parla un giornalista calabrese che lo cerca per saperne di piu’ (vedi articolo Tra i calabresi eccellenti il sarto Carlo Andreacchio di Vibo Valentia ).

Al giornalista cosi’ risponde il Maestro Andreacchio nel corso di una cordiale telefonata “Sono nato a Vibo Valentia. E lei finora è il primo giornalista calabrese che mi abbia cercato”. Consapevole che, ai suoi livelli, il tempo è sempre molto prezioso (specialmente in orario di lavoro e di produzione), gli ho chiesto (chi parla e’ il giornalista) la possibilità di un’intervista. Cosa che si è realizzata quasi 24 ore dopo, nella tarda mattinata di oggi. Per prima cosa mi ha detto che è orgoglioso di essere calabrese. E ama dirlo a tutti, con orgoglio. Ma non tutti gli credono, poiché ha il tipico e marcato ma elegante accento milanese. Però credono alla sua affabilità, tipicamente meridionale … di “terrone” (parola che lo fa sorridere). << Calabrese e meridionale in genere significa stare bene con gli altri, rapportarsi in modo piacevole, cordiale e simpatico con tutti, indipendentemente dalla correttezza o dalla strategia negli affari >>. Ed ha colto nel segno!

“Più vado avanti negli anni, e più mi sento ed ho voglia di sentirmi calabrese, anche se in Calabria ci sono soltanto nato e a Vibo ormai ci vado sempre più raramente.

Il fatto è che è bello essere e sentirsi calabrese ed è un’identità che mi appaga in modo totale “.

Carlo Andreacchio ha la voce calda e ferma nel dire ciò e riesce ad emozionarmi non poco con questa immediata e solenne dichiarazione di amore per la nostra terra, per la sua nascita, per il suo essere uomo del sud, un carattere che si riversa pure nel lavoro e nell’arte di confezionare eleganti e raffinati abiti da uomo su misura in una delle più prestigiose sartorie italiane, assai nota pure all’estero.

Nel corso dell’intervista telefonica il Maestro si racconta “I genitori lo volevano ragioniere, ma lui, con scuse e stratagemmi, finiva sempre nella bottega di un sarto per imparare il mestiere che egli reputava allora e reputa ancora adesso uno dei più belli del mondo.

Alla fine, ha vinto la sua vocazione e, a trent’anni, nel 1977 è accolto come collaboratore da Mario Caraceni, titolare di una delle più rinomate sartorie per uomo nella Milano del dopoguerra e del boom economico.

Il Maestro nel frattempo si unisce in matrimonio a Maria Rita una delle due figlie di Mario Caraceni, figlio del fondatore Augusto.

Nel 1972, dopo la morte del fondatore Augusto, il testimone passa al figlio Mario che, incrementa la clientela soprattutto estera e affermando il nome della sartoria accreditandola anche con il ricevimenti di prestigiosi premi .

Nel 1998 Mario lascia l’attivita’ e assume le redini di essa la figlia Rita Maria unitamente al maestro Carlo che diventa il leader di una indutsria con una trentina di dipendenti. E’ definito Carlo “The perfect gentleman”.

La sua calabresita’ investe anche le scelte lavorative e al giornalista confessa a proposito di un suo dipendente apprendista. “L’ho assunto proprio perché era calabrese”. Immagino non solo per affetto d’origine, ma anche perché calabrese significa garanzia, specialmente nell’artigianato. Bisogna nascerci ed essere predisposti ad un’arte che pretende tanta dedizione e infinita pazienza.Tessuti, taglio e misure , tutto personalizzato, mai improntato ad adattare qualcosa che giaà esiste, ma diretto a creare il nuovo . Pezzi unici progettati e realizzati da mani sapienti per QUEL CLIENTE UNICO.

Il sarto conosce il tessuto, lo sfiora, lo cambia. Una tela ha solo due dimensioni: la lunghezza e la larghezza. Con le forbici e la macchina da cucire il sarto dona la profondità e la rotondità. Crea una camicia, dei pantaloni, una giacchetta. Il poeta fa la stessa cosa. Usa le parole, ma trasforma la realtà attorno a sé.

Le persone che lo ascoltano, quelle che lo leggono a voce alta, quelle che appena mormorano i suoi versi cambiano. Hanno altri occhi per la realtà, si lasciano trasportare in un altro luogo.

Qualcosa è successo, sono stupiti.ti ‘Il sarto trasforma la realtà. Come un poeta’.

Sotto la sua guida il Maestro Carlo Andreacchio con la Sartoria A. Caraceni “firma le firme” … nel senso che veste davvero grandi personaggi, star a livelli globali, come gli stilisti di moda Karl Lagenfield (oltre 300 gli abiti confezionati su misura per lui finora), Calvin Klein e Gianfranco Ferré o come aristocratici, tipo il conte Filippo Perego, o miti dello spettacolo del calibro del presentatore storico Mike Buongiorno o dell’attore Jack Basehart. L’elenco sarebbe lunghissimo ed eccellente.

Ma il vestito che lo ha emozionato di più è stato quello che il poeta Eugenio Montale ha indossato per ritirare il Premio Nobel per la letteratura nel 1975.

Nella foto ufficiale dell’evento svetta l’impeccabile vestito sartoriale del Poeta e quello molto meno impeccabile del re di Svezia Carlo Gustavo!…

Nell’azienda il Maestro Carlo, si avvale da sempre della preziosa collaborazione della moglie e, dal 2004, dei loro due figli, Massimiliano e Valentina.

Nel confessarsi al giornalista intervistatore il Maestro cosi’ si descrive : Nella mia vita di bambino e di adolescente ho frequentato la chiesa cattolica come chierichetto nelle messe ed in altre funzioni religiose. Ma ho anche frequentato, in un modo o nell’altro, tutti gli ambienti di lavoro, innanzi tutto le botteghe artigiane: sarti, calzolai, falegnami, fabbri, ecc. ma anche donne che tessevano al telaio o ricamavano o cucinavano o facevano i cosiddetti “mestieri” di casa. Ho frequentato, altresì, studiosi, pittori, cultori della scrittura ma anche attori e altre figure creative. Così come mi sono cresciuto in mezzo a pastori, contadini, ferrovieri, muratori ed altri operai. Ed ho avuto pure alcuni sarti nella mia parentela. Tutti i lavori che, se fatti bene (con dedizione, passione e coscienza), esigono quella pazienza, quell’attenzione, quella meticolosa scrupolosità, quella contemplazione, quel silenzio, quei rituali, quella liturgia e quella sacralità propria dell’essere “sacerdote” di un’arte che ha molta attinenza con il divino o che alla felicità e all’armonia porta. Il cliente afferma il Maestro Carlo, è molto spesso più esigente del dovuto e, quindi, bisogna seguirlo con umiltà e particolare disponibilità d’ascolto. Virtù che hanno bisogno di un retroterra spirituale notevole. Cosicché, tutti i mestieri che si nutrono di silenzio e pazienza sono lavori altamente spirituali, con una disciplina d’animo adusa ad ogni contingenza. Un’arte pure questa. Anzi, spesso, l’arte vera è quella spirituale della pazienza e dell’umiltà piuttosto che quella propria del lavoro.

Nel libro dove i clienti possono lasciare i loro commenti, Mike Buongiorno nel 2000 ha scritto di proprio pugno: “Se vuoi distinguerti dagli altri vesti Caraceni!” … e quanti altri elogi sono stati autografati da illustrissimi fruitori internazionali dell’arte sartoriale del Maestro Carlo Andreacchio, fondata nell’eccellenza artigianale personalizzata, nell’eleganza italiana e nella garantita unicità, nella qualità e nella ricercatezza, frutto dell’arte e della creatività tutta calabrese.

Notizie tratte dall’articolo “Tra i calabresi eccellenti il sarto Carlo Andreacchio di Vibo Valentia” di Domenico Lanciano http://www.costaionicaweb.it

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Nostra Signora del Monte Carmelo

Oggi 16 luglio, la Chiesa Cattolica festeggia la Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e/o del Carmine.

Una ricorrenza non solo tra le più datate, ma anche quella tra le più amate nella comunità dei credenti di tutto il mondo.

Difatti il culto ha origini molto antiche e fa riferimento al lungo soggiorno che il profeta Elia, precursore della vita monastica, fece sul Monte Carmelo in terra santa, che divenne luogo di preghiera e di eremitaggio. In quel luogo Elia ebbe una visione, che preannunciava la venuta della Vergine Santa.

In seguito su quel Monte venne eretta una chiesetta da un sacerdote calabrese. Ebbe così inizio l’ordine dei Carmelitani, che ne rafforzò la sacralità.

La festa fu istituita nel 1251 da San Simone Stock, all’epoca priore dell’ Ordine carmelitano, in seguito all’apparizione della Vergine, la quale gli consegnò uno scapolare in tessuto in grado di liberare dalle pene del Purgatorio chiunque l’avesse indossato, prima di passare a miglior vita.

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Proverbi calabresi: “Cu avi picca si ‘ccuntenta, cu avi assai si lamenta”

Letteralmente: chi ha poco si accontenta, chi possiede molto si lamenta.

Questo proverbio è molto diffuso nella nostra Regione ma anche in altre parti del Sud Italia, e sta a significare che paradossalmente proprio chi ha di più spesso e volentieri tende a lamentarsi rispetto a chi ha di meno.

Questo modo di fare o meglio, di essere, è da sempre radicato nella natura dell’uomo, ed è più accentuato in chi sta meglio economicamente, manifestandosi proprio attraverso la corsa sfrenata alla ricchezza. Difatti questo proverbio si avvicina ad un altro detto popolare, molto simile nei fini: “i soldi chiamano sordi, i piducchi piducchi (letteralmente i soldi chiamano soldi, i pidocchi i pidocchi).

Nella società odierna, “lo possiamo incontrare” soprattutto nelle nuove generazioni che, nonostante abbiano tutto, vogliono sempre di più e non si accontentano, divenendo così degli eterni insoddisfatti.

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Proverbi calabresi: “A lavà a capa allu ciuccio si perda tempo, acqua e sapun”

“A lavà a capa allu ciuccio si perda tempo, acqua e sapun” (a lavare la testa all’asino si perde soltanto tempo, acqua e sapone).

Questo proverbio è molto diffuso in Calabria e nel Sud Italia.

Parafrasando il detto popolare, è risaputo che l’asino abbia “la testa dura”. Quando decide di non muoversi non c’è santo che tenga, figuriamoci se provassimo a lavarlo!

Questo a significare che, quando si vuol far capire una cosa ad un testardo si perde soltanto tempo.

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San Giovanni Battista: tra i Santi più venerati al mondo

Oggi, 24 giugno, la Chiesa cattolica e tutti i credenti celebrano San Giovanni Battista, uno dei Santi più venerati al mondo.

La festa ho origini pagane.

In passato, alla vigilia, in diversi paesi, era usanza praticare riti legati alla natura.

In Calabria ad esempio era tradizione accendere dei fuochi, preparare “l’acqua di San Giovanni”, segno di purificazione, che consisteva nel raccogliere erbe e fiori , mettendoli a bagno in una bacinella di terra cotta o vetro, e lasciarli tutta la notte, lavandosi il viso al mattino con la stessa, segno di purificazione come fece il Battista, inviare dei mazzi d’erba e fiori, segno di buon augurio e suggellare così rapporti di “comparaggio”.

Queste tradizioni erano legate all’entrata del solstizio d’estate nell’emisfero settentrionale, che cade il 21 Giugno, e che da l’inizio al periodo più luminoso e ricco dell’anno.

Proveniente da una famiglia sacerdotale ebraica, la vita di San Giovanni Battista, fu intrecciata costantemente con l’opera di Gesù Cristo

Oltre che nei Vangeli, è stato spesso citato anche in altre religioni, come nel Corano,dov’è ritenuto il massimo profeta che precedette Maometto.

Secondo ciò che hai scritto San Luca (cf. Lc 15,13) l’angelo Gabriele comparve a Zaccaria, padre di San Giovanni annunciandogli della nascita di un figlio. Il sacerdote ebraico, all’annunciazione si mostrò incredulo essendo avanti con gli anni; l’Angelo allora gli preannunciò un mutismo che durerà fino alla nascita del bambino, momento in cui riacquisterà la parola.

San Giovanni sarà un uomo dedito alla compassionevole misericordia verso gli altri, in grado di convertire anche i cuori più duri al Signore.

“Vestito di cammello ed una cintura di pelle attorno ai fianchi” e nutrendosi di “cavallette e miele selvatico” (cf. Mt 3,4), condurrà una vita da asceta nel deserto. Successivamente, attraverso l’esportazione alla penitenza ed alla conversione, lungo il fiume Giordano inizierà la sua missione.

Tantissima fu la gente che si raccolse attorno a lui in penitenza.

In quelle acque immergendo coloro che accolsero la sua parola, diede “un battesimo di penitenza”, da qui il soprannome “il Battista”.

Lo stesso Gesù si presentò per essere battezzato. Quando Giovanni lo vide disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).

Dopo aver battezzato Gesù vide lo Spirito Santo scendere su di lui come una colomba,e sentì una voce dal cielo che proclamava Gesù “Figlio di Dio” (Mt 3,16-17).

San Giovanni morì per mano del Re Erode Antipa, dopo aver condannato pubblicamente la sua condotta.

Tantissimi furono i miracoli attribuiti al Santo.

Dopo la sua morte il suo culto di diffuse rapidamente tant’è che molte Chiese, città e paesi presero il suo nome.

Patrone dei sarti, conciatori di pelli, albergatori , dei fabbricanti di spade e forbici, dei padrini, dei trovatelli che trovati per strada venivano battezzati e dei cantori. Inoltre è anche invocato contro le calamità naturali: terremoti, temporali, ecc.

Viene raffigurato con in mano un bastone da viandante, sormontato da una piccola croce, con la scritta “Ecce Agnus Dei” (“Ecco l’Agnello di Dio”: Gv 1,29.36). Tantissimi auguri a chi porta questo nome.

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Sant’Antonio di Padova

Oggi 13 Giugno, a Padova si festeggia S.Antonio, patrono di questa città.

Tra i Santi più venerati dai cristiani cattolici in tutto il mondo, e molto amato dal popolo calabrese. Difatti, numerosissime saranno le Sante Messe che verranno celebrate in Calabria, dal momento che Sant’Antonio è passato in più punti della nostra regione.

Di stirpe nobile e di origini portoghese, si affacciò alla fede dapprima da canonico regolare per poi divenire frate francescano, dell’Ordine dei Frati Minori.

Nella sua vita viaggiò molto: Portogallo, Francia, Italia, ed è proprio qui che conobbe San Francesco di Assisi (fondatore dell’Ordine che da lui prese il nome).

Dopo un solo anno dalla sua morte, venne canonizzato dalla Chiesa, nella persona di papa Gregorio IX, in considerazione della mole di miracoli attribuitagli.

Tra i numerosissimi miracoli ad egli attribuiti, ricordiamo l’episodio in cui fu visto nello stesso momento a Padova mentre teneva una predica ed a Lisbona; il miracolo della mula che, dopo il digiuno durato tre giorni, anziché mangiare, si inginocchiò d’innanzi l’Ostia, favorendo così la conversione del padrone precedentemente ateo; la predica dei pesci che affiorarono a migliaia dall’acqua per ascoltarlo, dopo che gli eretici avevano impedito alla gente di rivolgergli la parola; il miracolo del neonato che parlando disse al padre che era suo figlio, in quanto il genitore pensava che fosse nato dal tradimento della moglie.

Il fiore che lo rappresenta è il giglio, che tiene sul palmo della mano, mentre sostiene Gesù Bambino fra le braccia.

Il giglio rappresenta la purezza che lo contraddistinse proprio perchè, facendosi povero, fece suo il brano evangelico di Matteo, diventandone testimone:

“E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.” Capitolo 6 (versetti 28-30)

Nei gigli di campo, sono indicate due cose: la sodezza della santità e la perfezione della carità. Il campo è il mondo (cf. Mt 13,38): Per questo Cristo stesso si gloria di essere un fiore di campo, quando dice nel Cantico dei Cantici: “Io sono il fiore del campo” (Ct 2,1).

Abbiate sempre l’umiltà nei vostri cuori, caratteristica fondamentale che sta alla base dell’autentica vita cristiana, perchè è dimora della carità.

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Proverbi calabresi: “Cu amici e cu parenti no cattari e non vindiri nenti”.

“Cu amici e cu parenti no cattari e non vindiri nenti”. La traduzione letterale è: “Non comprare niente dagli amici e parenti e non vendere loro niente”.

Il significato, dunque, è semplice: molto spesso, fare affari con amici e parenti, può essere controproducente, e spesso porta a contrasti e liti. Un po’ come quando si dice “l’amicizia è una cosa l’interesse (in campo lavorativo) è un altro “. Insomma, l’amicizia è una cosa molto importante, ma è altrettanto importante e/o consigliabile non lanciarsi in imprese economiche con loro. Perché, ricordiamolo, infondo, in ogni proverbio o detto antico, c’è sempre un fondo di verità!

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Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021

Oggi 5 Giugno è La Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita nel 1974 dalle Nazioni unite per tutelare, sensibilizzare e salvaguardare la tutela dell’ambiente. Quest’anno il tema principale sarà il “Ripristino dell’Ecosistema” e la giornata sarà ospitata dal Pakistan. Quest’anno, verrà inoltre lanciato ufficialmente il Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema 2021-2030.

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I tre segreti di Fátima

Oggi, 13 Maggio, la Chiesa Cattolica festeggia la Madonna di Fatima, uno degli appellativi con cui la Stessa, venera la Vergine Maria, mamma di Gesù, in seguito alle apparizioni avvenute nel 1917 a tre pastorelli in Portogallo e durante le quali la Mamma Celeste ha rivelato loro 3 segreti. Benché si parli di tre messaggi rivelati in momenti diversi, pare che “il Segreto di Fatima”, sia uno solo, ma formato da tre momenti. In Calabria è molto venerata dai credenti tant’è che, si è avuto un gemellaggio con Il Santuario mariano regionale calabrese del Pettoruto di San Sosti (Cosenza), in diocesi di San Marco Argentano-Scalea.

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Vibo Valentia, Capitale Italiana del Libro 2021

Vibo Valentia è stata proclamata all’unanimità dal ministro della Cultura, Dario Franceschini,la Capitale Italiana del Libro 2021, in diretta live sul sito del ministero, il presidente della Giuria, Romano Montroni.

FONTE ANSA

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Scilla, tra storia, mito e leggenda

Tra i luoghi più caratteristici e pittoreschi d’Italia troviamo Scilla, meta ambita dai tanti turisti, provenienti da tutto il mondo. Il borgo più antico e suggestivo facente parte del Comune è Chianalea, piccolo villaggio di pescatori, che ancora vive di questa attività, conosciuta per le sue case che poggiano le fondamenta sugli scogli, e le strette viuzze che sembrano un po’ i canali veneziani, da qui il nome: “piccola Venezia”.

Foto di Rossella Elvira De Mare

Situato su di un promontorio a picco sul mare, si erge il castello Ruffo di Scilla, antica fortificazione situata a pochi chilometri da Reggio Calabria, su un promontorio a picco sul mare e proteso sullo stretto di Messina.

La bellissima cittadina è la terra del mito, raccontata da Omero nell’Odissea ed il cui nome è legato a molte leggende.

Stando al mito, Scilla è una figura femminile, una splendida ninfa che fece innamorare di sé il figlio di Poseidone, Glauco, un dio per metà uomo e per metà pesce.

Una sera, mentre la donna era in spiaggia, dove era solita fare il bagno, lo vide apparire dal mare. Terrorizzata alla sua vista scappò via. Glauco, chiese così aiuto alla maga Circe, non sapendo che la stessa era innamorata di lui. La maga respinta, preparò una pozione magica che riversò in mare. Quando la ninfa andò a fare il bagno, si trasformò in un orrendo mostro. Per l’orrore, Scilla si rifugiò nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava anche Cariddi. Così Scilla è il terribile mostro marino raccontato nell’Odissea di Omero, che con Cariddi si contendevano Ulisse, nella burrascosa traversata dello stretto per far finalmente ritorno ad Itaca.

Foto di Mormanno Caput Mundi
Foto di Mormanno Caput Mundi
Foto di Mormanno Caput Mundi
Foto di Giulia Picarelli
Foto di Rossella Elvira De Mare
Foto di Agostino Villella
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Le cinque dita di Pentedattilo (RC), tra storia, mito e leggenda

Posto a 250 metri sul livello del mare, Pentedattilo si trova in provincia di Reggio Calabria, incastonato tra le montagne dell’Aspromonte.

Questo antichissimo borgo, venne abbandonato nel 1971, dopo essere stato dichiarato inabitabile, e la popolazione si trasferì più a valle, anche se oggi attorno allo stesso, stanno risorgendo una serie di attività legate all’artigianato ed a Festival culturali molto importanti.

La sua forma ricorda quella di una ciclopica mano con cinque dita, e da cui deriva per l’appunto il nome (penta e daktylos, cioè cinque dita).

Qui il tempo sembra essersi fermato.

Diverse sono le leggende legate all’antichissimo borgo. Tra le più conosciute ricordiamo “la strage degli Alberti”.

Protagonisti due nobili famiglie: gli Alberti, marchesi del borgo e gli Albenavoli, baroni di Montebello Ionico, altro paesino vicino.

Si narra che le famiglie furono protagoniste di una strage sanguinaria, che avvenne la notte di Pasqua del 1686 a causa dell’ira passionale del barone Bernardino, innamorato di Antonietta Alberti, già promessa sposa a Don Petrillo Cortes, figlio del Vicerè di Napoli.

In quella notte, il barone entrò nel castello (oggi quasi completamente distrutto a causa di terremoti ed alluvioni) e si vendicò di tutti gli Alberti tranne dell’amata e del futuro sposo, prendendo in ostaggio entrambi.

A quel punto il Vicerè Cortes inviò una spedizione punitiva e dopo aver liberato Don Petrillo, fece uccidere gli uomini di Bernardino, il quale riuscì a fuggire, portando con sé Antonietta a Vienna. Successivamente l’uomo entrò nell’esercito e la donna in convento di clausura.

Sempre secondo la leggenda, nelle notti di vento, tra le gole della “mano del Diavolo”, si possono udire le urla di dolore di Lorenzo Alberti.

Un’altra leggenda parla invece di un tesoro nascosto dagli Abenavoli nella montagna, tesoro che si perse durante le lotte tra le due famiglie. Secondo la stessa, un giorno un fantasma si rilevò ad un cavaliere di passaggio, dicendogli che qualora fosse riuscito a fare cinque giri attorno alle dita della montagna (all’epoca allineate), questa si sarebbe aperta facendo riemergere il tesoro. La voce subito si sparse tra la gente. Un giorno un cavaliere proveniente dalla Sicilia, riuscì a compiere quattro giri, ma arrivato al quinto un costone della mano cadde su di esso uccidendolo. Come per la prima storia che vi abbiamo raccontato, pare che nelle notti rischiarate dalla luna, si sentano udire le urla dei morti provenienti dalla montagna, che chiedono di essere vendicati.

Foto di Francesca Gagliardi
Foto di Campolo Pasquale
Foto di Francesca Gagliardi
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La leggenda del ponte dell’arcobaleno

Come in tanti sapranno, il nostro, è un gruppo, che ama gli animali d’affezione, compagni di vita e di avventura, membri a tutti gli effetti della famiglia. Quando ci lasciano, per noi è una sofferenza straziante. Oggi vi racconteremo una storia, che ha origine dagli indiani d’America, relativa ad un posto felice, simile al Paradiso dei credenti cristiani, che viene attraversato dai nostri amici a quattro zampe, quando ci lasciano, un luogo dove vivono felici, nell’attesa di ricongiungersi con chi in vita si è occupato di loro: ovvero il ponte dell’arcobaleno. Di certo, questa leggenda non potrà eliminare il dolore che si prova in quel preciso momento ma sicuramente potrà alleviarlo. Dedicato a tutti gli amici che conservano il loro un ricordo.

“Proprio alle soglie del Paradiso esiste un luogo chiamato il Ponte dell’Arcobaleno.

Quando muore un animale che ci è stato particolarmente vicino sulla terra,

quella creatura va al Ponte dell’Arcobaleno.

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Tropea Borgo più Bello d’Italia dell’edizione 2021.

Ieri sera, in prima serata su Rai3, durante il programma di successo, “Borgo dei Borghi”, condotto da Camila Raznovich, Tropea è stata insignita come borgo più bello d’Italia, nel contest “promosso dalla Rai, e giunto all’ottava edizione. I borghi d’Italia in gara erano ben 260, di cui 20 approdati alla fase finale, ma alla fine l’ha spuntata la bellissima Tropea, che, ricordiamo, rappresentava l’intera Calabria. Sul podio, Tropea ha preceduto Baunei, in Sardegna e Geraci Siculo, in Sicilia.

In occasione della strepitosa vittoria, oggi vi parleremo del Santuario di Santa Maria dell’Isola a Tropea (VV): tra storia, mito e leggenda

Lungo la Costa degli Dei, e precisamente a Tropea (VV), nota cittadina conosciuta in tutto il mondo, per le sue bellezze paesaggistiche, si erge su di uno scoglio di arenaria a strapiombo sul mare, il Santuario di Santa Maria dell’Isola, divenuto simbolo della stessa. Lo scoglio detto “l’Isola”, un tempo, era tutto circondato dal mare. Da qui il suo nome storico, rimasto immutato nel tempo.

Divenuta uno dei luoghi simboli della Calabria a livello mondiale, questa Chiesa è di origine medievale.

Con molta probabilità venne eretta in epoca bizantina e appartenne per molti anni ai monaci Basiliani e successivamente Benedettini.

Stando ad una leggenda, un giorno giunse a Tropea dall’Oriente la Statua in legno della Vergine Santa. Per festeggiare il Suo arrivo si decise di installare la statua della Madonna all’interno di una grotta naturale, presente nello scoglio della rupe. La statua era però troppo grande rispetto alla grandezza della nicchia. Allora venne chiamato un falegname che avrebbe dovuto risolvere il problema tagliando le gambe della Statua. Ma il falegname, non riuscì nell’impresa: appena appoggiò la sega sulla statua, le sue braccia si bloccarono. Nei giorni a seguire la Madonna iniziò a graziare il suo popolo, compiendo atti miracolosi per gli ammalati che venivano condotti, dove venne posata la Madonna.

Foto di Roberto Lorenzo
Foto di Rosario De Bonis
Foto di Roberto Lorenzo
Foto di Roberto Lorenzo
Foto di Dom Alvarex
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2 Aprile, Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo

In occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU, la Pro Loco di Campora San Giovanni, che da diversi anni, affronta l’argomento dell’autismo, invita questa sera, ad accendere una luce, “con l’intento di sensibilizzare, dare maggiore conoscenza ed affiancare le famiglie dei giovani che vivono la suddetta problematica”. La stessa, con grande amarezza, “comunica, che anche quest’anno l’iniziativa è stata rinviata a causa della pandemia COVID-19 che ha bloccato l’Intero pianeta”. Come afferma il Ministero della Salute:

“La prevalenza del disturbo è stimata essere attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta pochi studi sono stati effettuati e segnalano una prevalenza di 1 su 100 in Inghilterra.

In Italia si stima che 1 bambino su 77, nella fascia di età 7-9 anni, presenti un disturbo dello spettro autistico”.

Di seguito il comunicato stampa al quale ci associamo.

CAMPORA SAN GIOVANNI 2 APRILE 2021

L’IMPORTANTE INIZIATIVA “CAMPORA SI ILLUMINA DI BLU” CHE DA DIVERSI ANNI ACCENDE I RIFLETTORI SULL’AUTISMO

La Pro Loco Campora San Giovanni che come ogni anno affronta l’argomento sull’autismo, in occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo che ricorre il 2 aprile, con l’intento di sensibilizzare, dare maggiore conoscenza ed affiancare le famiglie dei giovani che vivono la suddetta problematica, comunica, con grande amarezza, che anche quest’anno l’iniziativa è stata rinviata a causa della pandemia COVID-19 che ha bloccato l’Intero pianeta.

La Pro Loco di Campora S. G., nel dare appuntamento al 2 aprile 2022, vuole ringraziare con particolare stima tutti coloro che ogni anno hanno collaborato alla grande riuscita della manifestazione in questi anni passati, la dottoressa Emilia Mezzatesta, della cooperativa Idea 90-Artedo Italia con tutti i suoi collaboratori, la Dirigente Scolastica Caterina Policicchio, dell’Istituto Comprensivo Campora-Aiello, la referente del progetto Concetta Mileti e tutti gli insegnanti che hanno sempre collaborato attivamente, Demetrio Metallo, titolare dell’Hotel La Principessa, il Presidente Provinciale UNPLI Cosenza Antonello Grosso La Valle, ed i professionisti che hanno gentilmente accettato l’invito ad intervenire su un tema così delicato e purtroppo anche sconosciuto.

Il Presidente Antonio Isabella “la Pro Loco invita tutta la popolazione ad accendere una luce blu con lo slogan “ACCENDI UNA LUCE BLU … IO LO FACCIO FALLO ANCHE TU”, questa sera, tutti insieme, in occasione di questa giornata. Una luce che unirà idealmente tutto il mondo per dare sostegno e speranza a chi vive questa condizione. Campora, come Roma, New York, Sidney, Rio de Janeiro e molte altre città del mondo, si accenderà di blu”

“Campora San Giovanni si illumina di blu”, giunta alla nona edizione,” conclude il Presidente Isabella “è un’iniziativa unica in Calabria. Negli anni ha trattato l’argomento in ambito culturale, sociale e scientifico coinvolgendo istituzioni pubbliche, studiosi, scuole, organismi del terzo settore. Inoltre ha avviato l’istituzione di una commissione tecnica per stimolare interventi di supporto alle famiglie attraverso normative ed azioni concrete. Con l’augurio che questa luce Blu sia anche una nuova luce di speranza per l’Italia e per il mondo intero, come vittoria di questa terribile guerra invisibile, vi diamo appuntamento all’anno prossimo”

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Il collezionista di venti, a Pizzo Calabro (VV)

A Pizzo Calabro (VV), nota cittadina situata sulla Costa degli Dei, conosciuta in tutto il mondo soprattutto per Il Castello di Giocacchino Murat (dove per l’appunto venne rinchiuso e morì Gioacchino Murat), per la Chiesetta di Piedigrotta, molto suggestiva perché scavata nella roccia e naturalmente per il famosissimo “tartufo di Pizzo”, oltre alle sue magnifiche spiagge, c’è un’opera che ha raggiunto una notorietà internazionale, sita ai piedi del Castello Murat.

Con lo sguardo fisso all’orizzonte troviamo “Il collezionista di venti”, una statua di circa due metri, realizzata in rete metallica, dallo scultore Edoardo Tresoldi nel 2013, e che rappresenta uno dei monumenti più fotografati dai turisti che affollano la cittadina tirrenica.

“Il mio collezionista di venti – scrive Tresoldi- siede su un muro tra le viuzze del centro di Pizzo, lo sguardo fisso verso le Eolie, controlla il gioco dei venti che animano gli alberi e fischiano tra i vicoli. Non c’è vento che non abbia chiacchierato con lui”.

Foto di Rosario De Bonis
Foto di Renato Zavaglia
Foto di Antonella Cirimele
Foto di Antonella Cirimele
Foto di Lorella Ritrovato
Foto di Antonella Cirimele
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Buon compleanno San Francesco di Paola.

Oggi, 27 marzo, nel giorno della nascita del nostro Santo Patrono, affidiamoci e soprattutto preghiamo San Francesco di Paola, affinché possa proteggerci tutti e possa debellare questo tremendo male, che è la guerra, che sta affliggendo la popolazione Ucraina e tutto il mondo, e facciamolo ricordandone la storia e gli innumerevoli miracoli fatti.

Il 27 marzo 1416, nasceva Francesco da Paola, nome attribuitogli in onore a San Francesco d’Assisi, tra i massimi esponenti di una operosità cristiana, fondata sulla carità, protettore dei naviganti, gente di mare e pescatori, invocato contro le epidemie, gli incendi e la la sterilità.

Proclamato Santo da Papa Leone X nel 1519, fece ergere a Paola una cappella e tre dormitori, fondando così l’Ordine dei Minimi, un istituto religioso maschile, dove i frati minimi si dedicarono e si dedicano tutt’oggi alla predicazione e al ministero della riconciliazione, attraverso la penitenza.

Con questo sacramento, un credente, se sinceramente pentito, ottiene da Dio la remissione dei peccati.

Per chi è credente, la vita eremitica del Santo è fatta di innumerevoli eventi miracolosi, come la guarigione di un ragazzo affetto da un’incurabile piaga; lo sgorgare miracoloso dell’acqua della “Cucchiarella”, che San Francesco fece scaturire colpendo con il bastone una roccia presso il convento a Paola; “le pietre del miracolo”, che restarono in bilico mentre minacciavano di cadere sul convento; ”la bomba del’43”, che miracolosamente non esplose su Paola.

Popolare è la storia della costruzione del “ponte del diavolo”, dove si narra che sia stato costruito dal demonio per ordine dello stesso Santo, in cambio dell’anima del primo viandante che lo avesse attraversato. Sempre la leggenda narra che, San Francesco anziché sacrificare una vita umana, vi fece passare un cane. Il diavolo urtato così tanto, per lo smacco ricevuto, tirò un calcio al parapetto e lo bucò, mentre si poggiava con la mano sulla parete opposta lasciando la stessa impronta.

Dipinto di Antonio Strigari
Foto di Massimo Morelli
Foto di Lucia Veltri
Dipinti di Mario Perrotta, dedicati al Santo
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Cilla: tra storia, mito e leggenda

Nello splendido borgo marinaro di San Lucido (CS), sulla costa Tirrenica Cosentina , situata nella piccola piazza cittadina a forma circolare, su uno dei punti panoramici più belli della cittadina che è il “Miramare”, troviamo “la statua di Cilla”.

Un’opera realizzata dall’artista Salvatore Plastina, nel 2014 e dedicata a tutte le madri, ed alle donne che hanno perso i mariti o i figli in mare.

La leggenda narra che Cilla era una giovane donna, le cui doti, quali la bontà e la dolcezza, erano pari alla sua bellezza. La donna era molto innamorata di un suo coetaneo che era marinaio. Ogni giorno Cilla si sedeva su di uno scoglio aspettando il ritorno del suo amato, fin quando dopo una battuta di pesca il giovane marinaio non fece più ritorno. Cilla a quel punto si gettò dalla rupe per raggiungerlo, avendo in cuor suo la speranza di salvarlo.

La statua rappresenta dunque una donna che, disperandosi, urla verso l’infinità del mare, alla ricerca del suo amore, oramai perduto.

Sempre secondo la leggenda, nelle notti in cui il mare è in tempesta, si possono sentire le sue grida, trasportate dal vento.

Foto di Antonella Cirimele
Foto di Massimo Morelli
Foto di Massimo Morelli
Foto di Massimo Morelli
Dipinto di Mario Perrotta
Foto di Silvana Chianello
Foto di Antonella Cirimele
Foto di Rosella Bova
Foto di Antonella Cirimele
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A Isola di Capo Rizzuto tra gli scogli di Le Cannella, emerge un volto di donna

Sul porticciolo di Le Cannella, frazione a mare del Comune di Isola di Capo Rizzuto, lo scultore isolitano, Vincenzo Pascuzzi, ha creato da una roccia questo meraviglioso volto di donna.

Per leggere l’articolo completo clicca qui

FONTE: CrotoneOK

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Le Castella, tra storia, mito e leggenda

Le Castella, è un importante centro turistico, a pochi chilometri da Isola di Capo Rizzuto in provincia di Crotone.

Il posto, situato sulla costa ionica, domina la baia con l’antica fortezza aragonese, che pare sia stata edificata nel XV secolo, ed oggi quasi interamente restaurata.

Il nome “ Le Castella”, usato al plurale anziché al singolare, rimanda alla tradizione popolare, la quale riferisce dell’ esistenza di molti altri castelli ubicati sulle isole vicine il litorale e sprofondate negli abissi marini.

Secondo il mito, in una di queste isolette dimorò la dea Calipso che avrebbe trattenuto per lungo tempo l’ eroe omerico Ulisse. Sempre secondo il mito, anche Annibale, celeberrimo condottiero Cartaginese durante la seconda Guerra Punica, si rifugiò fra le scogliere di Le Castella per difendersi dagli inseguitori romani.

Oggi, questo piccolo borgo, è una rinomata località turistica e meta di numerosi visitatori, provenienti da tutto il mondo .

Foto di Giorgio Amendolara

La terza Domenica di Maggio: La Madonna dei Pescatori o del Mare

Dopo due anni tremendi, dovuti alla pandemia, domenica 15 Maggio, finalmente si terrà la tradizionale festa della Madonna dei Pescatori e/o Madonna del Mare, organizzata dalla Parrocchia dell’Immacolata Concezione, o Chiesa Madre, di Diamante (CS).

Una tradizione che ha resistito al tempo, nonostante innumerevoli difficoltà strutturali e religiose.
La festa, molto sentita dalla cittadinanza, è sempre stata preceduta da tre giorni di preghiere in devozione alla Beata Vergine,
radunandosi tutti in Chiesa, recitando il santo rosario, e riflettendo sul significato del culto mariano.
Il terzo giorno, la terza domenica di Maggio, nel pomeriggio, a conclusione della giornata, la Madonna veniva trasportata a spalla dai devoti, sulla barca addobbata a festa, lungo il litorale marittimo che comprende Diamante e Cirella, seguita da altre piccole imbarcazioni, usanza, che dopo diversi anni di fermo, riprenderà come un tempo.
Sin dagli albori della storia umana, la cultura marinaresca si è sempre intrecciata a quella religiosa.
Basti pensare che i pescatori quando uscivano in mare, in loro avvertivano costantemente un vero e proprio bisogno di protezione da parte della Madonna, date le intemperie che potevano incontrare durante la battuta di pesca.
Allo stesso tempo, tanta era la paura da parte delle famiglie che aspettavano i loro cari che tornassero col pescato.
La Madonna dunque, doveva essere quella donna, che, conoscendo bene il dolore e la sofferenza di quelle famiglie, avendo anch’ella perso un figlio tragicamente, veniva in soccorso dei pescatori, proteggendoli, in modo che potessero tornare incolumi a casa dai loro cari.

Bandiere blu 2022 in Calabria

Come ogni anno siamo giunti all’appuntamento più atteso in Calabria, ovvero l’assegnazione da parte della Foundation for Environmental Education, (Fondazione per l’Educazione Ambientale (FEE)) delle Bandiere Blu 

Naturalmente, senza nulla togliere, a tutte le altre favolose spiagge e/o località calabresi, che non sono rientrate in questo prestigiosissimo riconoscimento, in quanto la nostra amata terra è BELLA TUTTA, INDISTINTAMENTE .

Di seguito, l’ELENCO UFFICIALE delle BandieraBlu202 in Calabria, con due New entry: Caulonia in provincia di Reggio Calabria e Isola di Capo Rizzuti in provincia di Crotone:

In provincia di Catanzaro: Sellia Marina, e Soverato.

In provincia di Cosenza: Praia a Mare, Roseto Capo Spulico, San Nicola Arcella, Tortora, Trebisacce, Villapiana, Diamante e Santa Maria del Cedro 

In provincia di Crotone: Cirò Marina e Melissa ed Isola di Capo Rizzuto

In provincia di Vibo Valentia: Tropea

In provincia di Reggio Calabria: Roccella Ionica, Siderno e Caulonia

FONTE: ANSA

A Scalea il trofeo del Giro d’Italia

È arrivato nel centro del Tirreno cosentino il Trofeo Senza fine che sarà consegnato al vincitore del Giro d’Italia. La coppa, nella quale sono incisi i nomi dei vincitori di tutte le edizioni della corsa rosa, è giunta, infatti, a Scalea giorno 20 marzo alle ore 12. Ad accoglierla, oltre al sindaco e all’amministrazione comunale, una folla in festa e soprattutto la squadra Terun Scalea, per l’occasione in livrea rosa. Il trofeo rimarrà nella città calabrese e sarà possibile vederla nel pomeriggio in Piazza Caroprese.

In attesa della Palmi-Scalea

L’arrivo del Trofeo senza fine è il primo degli eventi in programma a Scalea per l’attesa della tappa del Giro d’Italia in programma il prossimo 12 maggio che partirà da Palmi e arriverà appunto nella perla de Tirreno. Si tratterà del ritorno del grande ciclismo nella Riviera dei cedri che prevederà anche la partenza di tappa il giorno successivo da Diamante.

Guerra

Da tempi immemori fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati sull’argomento guerra, nero parassita di ogni tempo, i più condannandola senza riserva alcuna, definendola come “il male dei mali” che, a cadenze cicliche, puntualmente si ripresenta, quasi come se rinascesse dal nulla traendo nuova linfa e nuova forza vitale dall’odio degli uomini, a volte radicandosi così forte ad un territorio tanto da protrarsi all’infinito e trovare sempre e comunque terreno fertile (vedi i paesi arabi, gli innumerevoli conflitti nel continente africano, per non parlare delle popolazioni con tendenze autonomistiche che abitano la vasta nazione cinese e purtroppo l’appena iniziata guerra, Russia- Ucraina), quasi come fosse un batterio che immettendo pericolose tossine nel corpo compete con le cellule sane per accaparrarsi il nutrimento, danneggiandole ed attecchendo sempre più nell’organismo che lo ospita, fino a creargli un danno biologico.

Non tutti i parassiti però sono uguali e anche se di solito “il ciclo vitale del parassita è più breve di quello dell’ospite e si conclude prima della morte dell’ospite stesso”, a volte, ed in questo caso si dovrebbe, più correttamente, parlare di parassitoide più che di parassita, l’ospite indesiderato rimane nell’organismo fino alla morte di quest’ultimo, difatti “a differenza del parassita propriamente detto, il parassitoide termina il suo ciclo vitale oppure la fase parassitica del suo ciclo vitale causando la morte dell’ospite”.

Continuando, dunque, questa similitudine, nella quale paragono la guerra ad un parassita, resta da sperare che per un territorio la guerra sia solo un parassita e non un parassitoide e che, per quanto danneggiata e ferita, una popolazione colpita da un conflitto abbia la forza di rialzarsi e ricostruire un futuro per le sue generazioni e non rimanga vittima inerme e senza domani a causa del parassitoide.

Il pericolo esiste, non facciamoci illusioni e non se le facciano i paladini più accaniti delle soluzioni armate alle controversie internazionali, non ha senso parlare di giustizia sociale e di esportazione della democrazia occidentale, la guerra è quella che è e non può essere chiamata in altro modo.

Qual è la maschera di carnevale tipica della Calabria?

Nella Commedia dell’Arte ogni Regione italiana aveva una sua maschera tipica

La Commedia dell’Arte era una forma di spettacolo nata in Italia nel 1500. Da essa sono scaturite tutte quelle “maschere” tipiche del teatro tradizionale che vengono utilizzate a Carnevale. Tra le più famose ci sono sicuramente Arlecchino, maschera di origine bergamasca, Pulcinella, maschera partenopea, e Balanzone, di origine bolognese. Siccome la Commedia dell’Arte era uno spettacolo itinerante, gli attori viaggiavano per tutta la penisola e avevano una maschera per ogni zona nella quale si trovavano a recitare. Per questo anche la nostra regione aveva un personaggio tutto suo. Vediamo dunque qual è la maschera di Carnevale tipica della Calabria.

La maschera di Carnevale calabrese

La maschera di Carnevale tipica della Calabria è Giangurgolo. Una maschera che porta sul volto una maschera rossa arricchita da una naso di cartone, sul capo un cappello a forma di cono. Indossa un colletto alla spagnola arricciato, un corpetto a righe rosse e gialle, calzoni sempre rossi e gialli fin sotto il ginocchio, calze bianche o, ancora, rosse e gialle ed un cinturone al quale è appesa una lunga spada che usa reiteratamente con chi è più debole ma che resta puntualmente penzoloni di fronte a chi potrebbe suonargliele.

Le origini della maschera di Carnevale Calabrese

La maschera sarebbe nata da una persona realmente esistita a Catanzaro. Secondo tale opinione, dal punto di vista etimologico Giangùrgolo significherebbe “Gianni l’ingordo”, per la sua caratteristica distintiva: l’ingordigia. La sua storia inizia nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella, dove nacque il 24 giugno 1596. Il nome deriverebbe da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. La leggenda narra che nei boschi egli cerca di salvare uno spagnolo aggredito da briganti, che nonostante tutto muore. In segno di riconoscenza però in punto di morte nomina Giovanni suo erede, consegnandogli, oltre alle sue ricchezze, una lettera che contiene il modo per salvare la città. Allora Giovanni tramuta il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos, in onore dello spagnolo, ed inizia la sua personale lotta contro l’occupazione spagnola. Giovanni si organizza con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, propone spettacoli satirici incitando il popolo alla rivolta. Una condanna a morte lo costringerà a trasferirsi in Spagna, ma successivamente, tornato a Catanzaro, ritrova l’amico di teatro Marco, malato di peste, e per un abbraccio tra i due la malattia viene trasmessa anche a Giangurgolo che muore.

Il carattere della maschera di Carnevale calabrese

Dai suoi atteggiamenti, dal suo modo di parlare, Giangurgolo appare come il tipico signorotto ricco, gradasso, spaccone, spavaldo, come colui che esige rispetto senza darne in cambio dalle persone più umili e assumendo, di contro, davanti a chi può rappresentare un pericolo o una minaccia, atteggiamenti di riverenza e umiltà rasenti alla sottomissione e sempre ruffiani ed adulatori. Nell’approccio con le donne riesce a mettere da parte i suoi lati grotteschi facendo sfoggio di una erudizione barocca, artificiosa, finendo però sempre deriso e sbeffeggiato soprattutto a causa del suo aspetto fisico. Caratteristica divertente; dice così tante bugie che nel tempo ci crede anche lui.

È ambientato in Calabria il nuovo libro di Glenn Cooper

Il romanziere americano ha scelto la nostra regione per aprire il suo “Il tempo del Diavolo”

Glenn Cooper è uno dei romanzieri più letti al mondo. Autore di romanzi di successo come quelli della trilogia della Biblioteca dei Morti, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Il suo nuovo romanzo The Taken Girls, tradotto in italiano con il titolo Il tempo del Diavolo ed edito nel nostro paese per i tipi di Editrice Nord, è ambientato in Calabria.

La trama del libro

Il romanzo si apre con Jesper Andreason, il protagonista, che guarda il mare lambire la costa della Calabria dalla sua casa per le vacanze che ha acquistato nella nostra regione. La moglie e le due figlie dormono, e lui pensa a quanto gli mancheranno domani, quando dovrà rientrare negli Stati Uniti per un impegno di lavoro. Ma Jesper non arriverà mai in aeroporto. La mattina dopo, i domestici trovano la villa deserta. Non ci sono segni di effrazione e non è stato rubato niente. Nemmeno le ingenti risorse messe a disposizione dal nonno, il miliardario Mikkel Andreason, riescono ad aiutare le autorità a fare luce sul mistero. L’intera famiglia è svanita nel nulla. Quattro anni dopo, all’improvviso, le sorelle Andreason ricompaiono in quella stessa villa. Gli ingressi non sono stati forzati, le finestre sono chiuse dall’interno e le bambine non hanno nessun ricordo di cosa sia successo. Ma non è solo questo a sconvolgere Mikkel, bensì un altro fatto, ancora più inquietante: le nipotine non sono cresciute di un giorno. Per loro, il tempo non è passato. Nel giro di poche ore, la notizia fa il giro del mondo e si scatenano le teorie più audaci. Qualcuno sostiene si tratti di un miracolo, altri che sia una maledizione, soprattutto dopo la scoperta che entrambe le bambine sono affette dalla stessa forma di leucemia. Nessuno può immaginare che la verità, forgiata nel fuoco e nel sangue, si nasconda là dove la nostra speranza più ardita incontra la nostra paura più profonda…

Le ricerche di Cooper sulla Calabria

I romanzi di Cooper sono spesso radicati in eventi storici del passato. Inoltre, egli sceglie spesso di scrivere riguardo a luoghi e persone realmente esistiti. Cooper ha affermato di “leggere 250-300 libri o parte di essi” per ogni romanzo che scrive. In più, ognuno dei suoi libri fa luce su grandi tematiche filosofiche. I suoi libri esplorano generalmente tematiche relative al destino e alla predestinazione, alla natura del male, alla concezione della vita nell’aldilà e all’interfaccia tra scienza e fede. Chissà quanti libri sulla Calabria ha letto il romanziere americano per poter scrivere della nostra regione…

Biagio Sebaste: il Santo che protegge dal mal di gola

“Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire il Signore ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male”.

Con questa formula viene impartita la benedizione ai fedeli, incrociando due candele appoggiate sulla gola.

Il rito fa riferimento ad uno dei tanti miracoli, operati dal Santo, e nello specifico, alla liberazione da una spina o da una lisca di pesce conficcata nell’ esofago di un bambino.

Molto venerato dai cristiani d’Oriente e d’Occidente, Biagio di Sebaste, noto come San Biagio, visse tra il terzo ed il quarto secolo a Sebaste in Armenia.

Fu prima medico e poi Vescovo della città. A causa della sua fede venne imprigionato per poi essere processato, dai romani.

Durante il processo si rifiutò di rinnegare il suo credo e perciò fu condannato al supplizio con pettini di ferro che lacerarono il suo corpo per poi essere decapitato.

Le sue spoglie mortali furono dapprima custodite a Sebaste, successivamente nel 732 una parte di quelle spoglie, vennero imbarcate da alcuni cristiani armeni in viaggio verso Roma.

Ma, durante il tragitto, furono colti da un naufragio nel Mar Tirreno al largo di Maratea, nella vicina Basilicata.

Le sue reliquie vennero portate in una Chiesa su di un’ altura che poi venne chiamata Monte San Biagio.

Nel 1963 dinanzi la Basilica, venne eretta la grande statua del Cristo redentore.

Alcuni fedeli hanno riscontrato nella Basilica intitolata al Santo, un liquido giallastro considerato prodigioso e chiamato “manna celeste”.

Attualmente ci sono anche altre località che vantano di possedere un frammento del corpo del Santo. Per chi non lo sapesse, questo è dovuto, all’antica usanza di distribuire le parti delle reliquie dei Santi per soddisfare le richieste dei fedeli.